E’ ormai diventata famosa anche in Italia l’espressione “Nimby” -Not in my back yard, cioè: non nel mio cortile. Si riferisce al rifiuto delle comunità di ospitare opere ad alto impatto sul territorio, e viene usata spessissimo con un connotato negativo, indicando egoismo e rifiuto nei confronti di opere necessarie per la collettività. Questa espressione indiscriminata mette nella stessa categoria in realtà situazioni molto diverse tra loro, senza prendere necessariamente in considerazione se l’opera contestata sia veramente necessaria e positiva.
Comunque, quando c’è un movimento Nimby sembrano possibili solo due vie d’uscita: vince il progetto, e la comunità si sente scavalcata e vittima di un’ingiustizia, oppure vince l’opposizione, e i soliti ricominciano a brontolare contro “questi italiani (o ambientalisti) che dicono di no a tutto”. Ci sarebbe una terza via: un accordo trasparente, partecipato e di compromesso tra comunità locali e autorità, che porti (in tempi rapidi) alla realizzazione di un progetto che vada bene ad entrambe le parti. E’ questa l’idea di Pimby -Please in my back yard, un’iniziativa che mi è stata segnalata da un lettore di questo blog.
Ripropongo allora la segnalazione, che mi pare molto interessante, anche se spero che questa iniziativa non comporti un’idealizzazione del fare, del costruire, a tutti i costi. Ci deve sempre venire il dubbio che le infrastrutture contestate in realtà non servano, e che i problemi che dovrebbero risolvere si possano eliminare con approcci diversi e a più basso impatto.
