i soldi non fanno la felicità

Il Friuli VG, come ho già scritto più volte, è una regione di grande benessere. La disoccupazione è bassissima, gli stipendi in genere buoni, la povertà rara, l’economia in buona salute, il sistema sanitario nel complesso funziona, ecc. Eppure, i giovani vogliono scappare e la gente si lamenta spessissimo, si annoia. Gli immigrati del sud arrivano qui e si disperano per la freddezza delle persone. Questa è una situazione che dovrebbe far riflettere: abbiamo i soldi, ma non la felicità.

Non posso descrivere il Friuli in poche righe (tolgo il “VG” perchè Trieste è diversa), però ci sono alcune questioni. Intanto, la qualità della vita dipende moltissimo dai rapporti umani. Una volta, a quanto mi raccontano, la gente tornava dai campi e si riuniva a parlare, raccontare storie, ballare. Ora provate ad attraversare i paesi friulani: sembra siano morti tutti. Silenzio, nessuno in giro, serrande abbassate. La colpa secondo me, tra le altre cose, è della televisione, che monopolizza il tempo libero di tanti togliendo un motivo per uscire a incontrare qualcuno; della cultura friulana in generale; e della macchina, che diventa un modo per non abitare più i luoghi, ma inscatolarsi nel trasferimento da un posto all’altro. Sembra una stupidaggine, ma andare a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici permette di incontrare più gente e di fermarcisi a parlare, di osservare meglio i luoghi, di viverli di più.

Un amico pugliese scherza: dalle mie parti c’è una citta, poi niente, poi un’altra città. Cosa sono tutti questi paesini che avete voi?

Sono la dimostrazione che non riusciamo a vivere insieme. Il sogno della maggior parte dei friulani è una casa per conto proprio, con la cornice di giardinetto, dove nessuno “ti rompe i coglioni”. Perchè se dobbiamo avere vicini che fanno chiudere i locali che frequenti, che si lamentano al minimo rumore, meglio stare da soli. A questo siamo. Una volta i friulani vivevano in corte, tutti insieme. Adesso, ognuno vuole stare per i fatti suoi.

Poi ci sono un sacco di altri problemi: la mancanza di offerta culturale, per esempio. Ma tutto ci riporta al problema fondamentale: non ci si sopporta a vicenda, e non c’è voglia di fare cose insieme (per la maggior parte della gente, non tutti). Cosa serve allora avere un’economia che tira, tante belle cose da comprare, tante macchine di lusso con cui andare in giro?

Sempre a proposito di soldi, i tanto decantati tagli dell’Ici e delle tasse sugli straordinari (la peggior cosa venduta come miglior cosa) hanno costretto a tagliare una serie di fondi importantissimi, tra cui quello ai centri per le donne vittime di violenza. Un coetano con cui ho parlato l’altro giorno commentava: chi se ne frega, perchè devo pagarli io? Allucinante. Meglio avere qualche decina di euro in più in busta paga, che sapere che una donna che viene picchiata e violentata regolarmente possa avere un posto in cui andare per essere aiutata.

Mi riallaccio infine al libro che sto leggendo in questi giorni: La scommessa della decrescita di Serge Latouche (che era proprio a Udine qualche tempo fa). Sostanzialmente, il libro critica le conseguenze sociali ed economiche della crescita a tutti i costi, e propone una serie di alternative per migliorare la qualità della nostra vita, la vera qualità, nel rispetto dell’ambiente e degli altri. E’ un libro estremamente interessante.

In questo minestrone di osservazioni, spero emergano alcuni spunti. Alla fine, una volta dal Friuli si emigrava per fame, adesso per noia. Sarà anche meglio la noia della fame, ma quanti dei ragazzi che oggi scappano possono dire di portarsi la loro terra nel cuore?

Pubblicato in 1. 9 Commenti »

9 Risposte a “i soldi non fanno la felicità”

  1. Giorgio J. Dice:

    “Di bessoi”, come sempre. Anche vivere e morire, ovviamente.

    Però qualcuno prova a costruire reti relazionali, anche qui in Friuli, basate proprio sul concetto di Decrescita e di Economia Solidale. Ti segnalo http://resfvg.blogspot.com, il blog della Rete di Economia Solidale del Friuli Venezia Giulia.

  2. paola Dice:

    In Friuli è così, ma un po’ dappertutto è così: la gente è meno interessata ai rapporti sociali anche perchè sono diventati più difficili da avere: ci sono un sacco di cose da fare e, quando uno rientra la sera stanco e stressato nella sua villetta a schiera in periferia, non ha voglia di uscire di nuovo; al bar del paese ci sono solo anziani; magari ci sono bambini piccoli e non c’è la babysitter; poi i soldi calano e non si spendono nel ristorante..
    Io penso che alla decrescita si arriverà per forza, anzi ci stiamo arrivando velocemente: con scarse possibilità economiche (il 50% delle famiglie italiane vive con meno di 1.9oo euro al mese), bisogna pensare a quello che si fa e a come si spende.
    Quando io ero a scuola, c’erano lezioni di economia domestica, suona buffo oggi, no?
    Non è indispensabile la scuola, ma un po’ di tempo (che oggi è diventato il bene primario) sì: ad esempio a leggersi la bolletta, a capire perchè si paga di più di quello che si era creduto di pagare, a cercare chi offre un servizio a prezzi migliori, a vedere se si può rescindere il vecchio contratto per farne uno più conveniente (magari-incubo!-telefonando a uno di quei numeri a cui risponde un messaggio preregistrato da cui non riesci a cavare l’info che ti serve e non un essere umano che capisce il tuo problema), a trovare, nell’inferno delle carte in casa, il vecchio contratto!

  3. ildan Dice:

    Occhio a non cadere nel “si stava meglio quando si stava peggio”. Anche mia nonna dice che una volta si stava tutti assieme etc. etc. ma poi quando le chiedo, nonna, torneresti davvero indietro come si stava una volta mi dice: eh no! Quella volta si moriva di fame, i mariti ti menavano (più di adesso) e c’era tanta ingiustizia. Bisogna verificare sul campo le cose che si dicono. Tutti scappano? Oh, sì, ma poi tornano, non guardare solo i ventenni, chiedi un po’ anche a quelli che sono andati in giro e tornati come mai l’hanno fatto. Piuttosto è la gente del Sud che ci tiene tanto a far notare la differenza ma poi a casa non ci torna perché, purtroppo, là sì che si vive male.

  4. viviudine Dice:

    infatti io non idealizzo il passato. consiglio veramente la lettura dei libro di cui sopra, che discute di come creare una società meno consumistica senza semplicemente tornare al passato e rinunciare alle conquiste moderne come la tecnologia. non bisogna dover scegliere tra un tenore di vita dignitoso e il calore umano -e proprio per questo bisogna ridefinire cosa vuol dire tenore di vita dignitoso. bisogna lavorare meno ore, lavorare tutti, avere più tempo libero.
    dove lavoro io cercano di vendere, vendere e vendere a tutti i costi: l’unico obbiettivo e fare più soldi e aprire più negozi. la gente fa finanziamenti, quindi si indebita, per comprare cose di cui potrebbe fare a meno. questo è un modello sbagliato. poi per forza poi hai bisogno di fare straordinari e vuoi che te li detassino pure. ma questa è una vita di merda.

  5. Giorgio J. Dice:

    Scusa, perché blocchi il commento che ho lasciato l’altro giorno? Non andavo OT, non sono anonimo, ho linkato una realtà regionale no profit, parlo di Decrescita. Vabbè.

  6. Giorgio J. Dice:

    Pare che adesso il post non sia moderato.
    Il mio intervento *scomparso* segnalava la Rete di Economia Solidale del Friuli Venezia Giulia, si trova qui: http://resfvg.blogspot.com
    Segnalazioni e suggerimenti bene accetti, e magari nasce qualche seria chiacchiera sulla Decrescita.

  7. viviudine Dice:

    mi dispiace, non ho mai bloccato un commento in questo blog, il tuo era finito erroneamente nello spam, hai fatto bene a segnalarmelo. in teoria dovrebbe riapparire pechè l’ho sbloccato, se no se ti vai puoi riscriverlo

  8. triku Dice:

    Gli argomenti affrontati nel post potrebbero dare lo spunto per innumerevoli riflessioni e discussioni. Per quanto mi riguarda, però, vorrei soffermarmi solo su tre punti che emergono dal testo.

    Taglio dei fondi per aiutare le donne vittime di violenza. Che per permettere l’eliminazione dell’ICI fossero necessari dei tagli altrove era ovvio (anche se non abbastanza sottolineato durante la campagna elettorale), ma è evidente che le scelte sul dove tagliare mostrano chiaramente le priorità di chi è al governo. Se fosse vero, così come si continua a dichiarare, che una delle priorità dell’attuale governo italiano è garantire la sicurezza dei propri cittadini, qualcuno dovrebbe spiegare come sia possibile levare risorse anche da quella voce di bilanco. Verrebbe da pensare che la violenza sulle donne sia un ottimo argomento per accendere gli animi (soprattutto se l’aggressore è un neo o extracomunitario), ma nulla di più. Il fatto poi che i mezzi di comunicazione italiani abbiano dato ben poco risalto alla notizia, è un ottimo esempio della qualità e dell’indipendenza dei giornalisti italiani.

    Qualità della vita, rapporti umani, paesi inanimati: sintetizzando, spero correttamente, ritieni che l’attuale situazione sia causata della televisione, dell’automobile e della cultura friulana. A lasciarmi perplesso è soprattutto l’ultimo aspetto. Qualcuno ha già risposto che, in realtà, certi fenomeni non sono tipici del Friuli, ma accadono un po’ dappertutto. Lo sfaldamento dei rapporti sociali, la perdita della dimensione comunitaria sono processi iniziati già da alcuni secoli, anche se hanno subito un’accelerazione impressionante negli ultimi cinquant’anni. In parte dipendono dalla fine della civiltà contadina che ha caratterizzato non solo il Friuli, ma gran parte delle società europee. In parte – parliamo del Friuli – dipendono da elementi di disgregazione che sono giunti con l’imposizione di modelli estranei alla società friulana. Basti pensare, ed è solo uno degli esempi che si potrebbero fare, agli effetti devastanti causati dalla privatizzazione delle comugnis, le terre collettive, che per secoli sono state un elemento caratteristico del Friuli. La loro privatizzazione ha alimentato per almeno due secoli un forte ribellismo delle comunità rurali e ne ha poi condizionato comportamenti ed abitudini almeno fino alla prima metà del Novecento. Però di questo i libri di storia italiani non parlano mai e gli intellettuali di casa nostra nemmeno… Cosa intendi, dunque, per cultura friulana? Quella pseudocultura stereotipata, importata ed imposta che vuole il friulano salt, onest, lavoradôr e magari anche sotan? La stessa che certi intellettuali “friulani” da un lato stigmatizzano e dall’altro continuano a perpetuare? Il problema reale è che i friulani non sanno più quale sia la loro cultura, si stanno omologando linguisticamente, culturalmente, sociologicamente. O si inverte questo meccanismo o sarà sempre peggio.

    “Cosa sono tutti questi paesini che avete voi? Sono la dimostrazione che non riusciamo a vivere insieme.”
    La tipologia abitativa friulana, o meglio le tipologie abitative friulane, sono il risultato del processo di antropizzazione e dell’adattamento secolare delle nostre genti al territorio che le ospitava. Sono il frutto di una convivenza uomo-ambiente che si è perfezionata lentamente nei secoli seguendo le caratteristiche del territorio e i diversi modelli di sfruttamento delle risorse disponibili. Basta guardare la differenza tra gli insediamenti del Friuli centrale e di quello collinare per rendersene conto.
    Ogni borgo, ogni paese è una comunità: se non ci sono almeno cinquantamila o centomila abitanti concentrati in un luogo significa che no si riesce a vivere insieme? Non penso. Vogliamo parlare di un modello di isolamento? È quello delle case coloniche della Bassa friulana, legato alle bonifiche e ad un sistema di sfruttamento del territorio di tipo latifondistico che in Friuli non è qualcosa di tipico, ma di importato. Ma qui si parla di modelli urbanistici che sono già storia.
    Vogliamo parlare di oggi. La costruzione di villette a schiera, possibilmente nella periferia udinese. Un esempio? Feletto. Quel modello distrugge le comunità di paese, il senso di comunità. E non è un modello tipico friulano, ma un tentativo di imitare altre realtà. Possiamo chiederci perché molti friulani vi si siano adattati, in parte si riprende il discorso fatto nel punto precedente, ma la questione è decisamente più complessa. Non si tratta di guardare indietro, isolarsi e cercare di ricreare un’Arcadia che non c’è mai stata, ma solo di provare a riscoprire una risposta nostra all’omologazione. Une rispueste che e vedi la nestre muse, cence vê di simiotâ chê di chei altris.

  9. viviudine Dice:

    so che l’espressione cultura friulana è vaga e di per sè non vuol dire nulla. io mi riferivo a quella freddezza e quella diffidenza che sono solitamente associate al friulano. quante volte senti gente da fuori dire che è difficile entrare in confidenza con un friulano, ma poi l’amicizia è vera e duratura? io penso che sia difficile e un po’ brutto generalizzare, ma c’è del vero in questo stereotipo. guardandomi attorno, parlando con la gente o leggendo articoli e sondaggi, mi sembra vero che i friulani diano moltissima importanza al lavoro e alla famiglia, e meno alla vita sociale e mondana. io sono romagnola da parte di madre, e la differenza tra i due mondi e i due stili di vita per me è sempre stata lampante. se è vero che i friulani sono più riservati e meno socievoli, allora questo influisce sul discorso di cui sopra. potrei sbagliarmi, ma non credo.
    attraversando paesi del centro-sud, mi è capitato di vedere gente seduta fuori casa a chiaccherare. dubito che questo sia un comportamento diffuso nel sud italia, dove però a quanto mi dicono le strade e le piazze si riempiono molto di più. ma quanto mi piacerebbe, almeno d’estate, vedere persone che portano le sedie sul marciapiede e socializzano lì. una volta l’ho visto a rivolto, una volta sola.
    a me piacerebbe vedere un recupero della cultura contadina in chiave hippy (uso questo termine con un po’ di ironia): giovani che tornano alla terra per coltivarla con metodi biologici e rispettosi dell’ambiente, divertendosi, vivendo in comunità aperte e accoglienti. ora di vera cultura della terra non ne vedo traccia: se non sbaglio, l’agricoltura è meccanizzata e il lavoro nei campi è uno sgobbare come un altro. si può essere più soli in una metropoli che in un paesino di mille anime, è vero. però i nostri paesini sono quanto di più desolante ci sia, ora come ora. feletto è un ottimo esempio. aggiungerei, polemicamente, che alcuni paesini friulani vogliono darsi arie da gran città: vedi i grandi centri commerciali, o quella ridicola cattedrale nel deserto (o nei campi, in questo caso) che è l’hypo bank a feletto. “sviluppo del territorio”, dicono. a me sembra che non abbiamo capito niente.


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