Che la mia generazione (diciamo dai ventenni in su) sia fortemente in difficoltà in Italia è ormai un dato assodato. Motivi: precariato, salari bassi, difficoltà a trovare un lavoro all’altezza delle aspettative, scarsi investimenti pubblici nella cultura e nella ricerca. Al di là di questi luoghi comuni, c’è anche una responsabilità di noi giovani, che spesso invece di darci da fare preferiamo lamentarci o fuggire all’estero.
Ci voleva un governo pessimo come questo per darci una svegliata? Ormai centinaia di migliaia di persone sono in piazza contro la Gelmini. Si protesta per i tagli al personale della scuola (insegnanti e non solo) e per la riduzione dell’orario scolastico che metterà in difficoltà ancor più genitori; per le classi differenziate per alunni stranieri; per il blocco alla stabilizzazione dei precari nella pubblica amministrazione e nella ricerca; per i tagli alle università; per il blocco del ricambio (turn-over) nelle università per cui ogni cinque professori che vanno in pensione si potrà assumere un solo ricercatore…
Anche l’università di Udine si sta organizzando per protestare (e ha già protestato). Martedì alle 17.00 ci sarà un incontro del collettivo, scriverò informazioni più precise quando le avrò anch’io (o se qualcuno le ha perfavore le scriva).
Non ci sono solo i soldi e la carriera. Ma chi vuol fare il ricercatore è comprensibile che se ne vada all’estero, dove viene assunto presto e con stipendi buoni. Qui bisogna aspettare, tirare la cinghia, farsi umiliare dai professori… chi di noi non ha sentito storie di giovani ricercatori frustrati? di cervelli che scappano? L’università e i centri di ricerca non servono solo per fornire posti di lavoro, e questo va ripetuto: servono per produrre conoscenza da mettere al servizio della collettività, dell’ambiente, della qualità della vita, della crescita economica (io a quest’ultima non ci credo, ma questo è tutto un altro discorso…)
Tornando al Friuli VG, non c’è solo il problema della crisi dell’università. Ho degli amici, ragazzi molto in gamba, intelligenti, creativi, che stanno ormai cercando lavoro altrove. Vorrebbero lavorare nel settore culturale, artistico, creativo, ma qui non c’è tanto spazio. La nostra regione, me ne accorgo ogni giorno di più, non ha ancora capito l’importanza della cultura, nonostante i tanti eventi che si organizzano. La giunta Tondo, poi, non sembra avere in programma investimenti culturali. La partecipazione poplare è alta solo ad iniziative super famose e consolidate. Le persone non capiscono l’importanza della spesa nella cultura, le istituzioni nemmeno. Ci vogliono più spazi, più concerti, più gallerie, più mostre, più giornali, più eventi, più fermento. Ci sono già “cose da fare”. Ma ne servono di più. Arte e cultura devono diventare pane quotidiano. La nostra è ancora una regione di fabbriche, campi, e centri commerciali. Nessuno mi dà retta quando sostengo che è anche per questo che i giovani se ne vanno.

Ottobre 22, 2008 alle 9:09 am
Il precariato ha anche un senso nell’attuale mercato, cioè facciamo un esempio : io sono un imprenditore e fra maggio e settembre produco tantissimo e necessito di 100 operai poi però dopo settembre la produzione cala e mi basterebbero 40 operai per mandare avanti la fabbrica. Se son tutti a tempo indeterminato come li mando via? E se non li mando via fallisco, perchè non produco abbastanza da pagarne 100 e così ce ne torniamo tutti a casa.
Non si può vedere il precariato come il male assoluto e la rovina della società, penso che uno dei problemi dell’Italia sia proprio l’esagerato numero di persone a tempo indeterminato soprattutto nel settore statale della scuola, PA e trasporti.
Tu dirai “e come faccio da precaria a farmi una vita, a pagare a rate una macchina o un mutuo” ti dico che quando noi precari saremo la maggioranza le banche apriranno finanziamenti anche a chi ha un co.co.pro,.
Ottobre 22, 2008 alle 2:15 pm
in realtà se non hai lavoro sei autorizzato a licenziare (giusta causa e giustificato motivo credo sia la formula).
i problemi sono due:
1. il precariato viene usato dai datori di lavoro per rendere i lavoratori più ricattabili. se sai che possono facilissimamente non rinnovarti il contratto, stai zitto e lavori come una bestia, anche in competizione coi tuoi stessi colleghi. e non rivendichi i tuoi diritti. questa non è un’invenzione della sinistra, è una realtà che ho visto anch’io
2. se fosse più facile trovare il lavoro una volta perso, e se il governo investisse più in amortizzatori sociali, collocamento e corsi di formazione, il precariato non sarebbe la piaga che è. io accetto e abbraccio il precariato come condizione della mia vita (vorrei fare la giornalista freelance), ma c’è anche da dire che non ho formato una famiglia. se ce l’avessi, forse la penserei diversamente